Racconti di viaggio: vivere con i Masai, nei pressi dello Tsavo East

Quando arrivi nel loro villaggio, frastornata da voci contrastanti che confermano o smentiscono la loro presenza in questa parte di Africa solo per “allietare” i turisti, ti rendi conto che, in fondo, che siano veri o no tali racconti metropolitani, quella dei Masai rimane la tribù simbolo di tutto il Kenya. Non ci sono regioni, ma solo gruppi etnici, molti dei quali ormai passano quasi del tutto inosservati perchè si vestono “all’occidentale” e, con il tempo, hanno assunto pure molti attegiamenti o preferenze europee. Come quella degli abiti griffati che, da queste parti sono un must: un dato curioso e al limite, se si pensa che in molti ancora adesso non possiedono le scarpe, vivono nella foresta e, quando sono fortunati guadagnano uno stipendio fisso che non supera i 150 euro mensili. I mezzi di trasporto, poi, sono superflui e c’è anche chi percorre quotidianamente moltissimi chilometri per giungere sul posto di lavoro. I Masai no, invece, perchè la loro vita e le loro tradizioni sono gelosamente conservate e tramandate di generazione in generazione e, del resto, è impossibile non riconoscerli con le tipiche stoffe rosse e blu e carichi, fino all’esagerazione di collane e monili di perline che preparano loro stessi. Si scorgono in città mentre comprano le pietre colorate da utilizzare e poi montate dalle donne, con un preciso valore simbolico che varia a seconda delle occasioni.

Oggi si contano circa 350mila individui, stanziati lungo la Great Rift Valley dell’Africa orientale, nelle praterie di Kenya e Tanzania, con tradizioni secolari radicate e forzatamente lontani dal processo di modernizzazione che sta comunque interessando anche tale continente. Allevano principalmente bovini, vivono nei pressi di corsi d’acqua in case ricavate con legno, foglie, fango e sterco di mucca e senza la luce elettrica.  Belli e slanciati, gli uomini possiedono delle lance e vanno a caccia, mentre le donne portano i capelli rasati e si occupano della prole.

Quando entri nei loro villaggi, ti accolgono subito una miriade di bambini, con le manine e i piedini sporchi ma pronti a stringerti e sorriderti prima da lanciare un timido sguardo che ha un solo significato :”mi hai portato una caramella o un regalino?”. Non è necessario possedere uno spiccato senso materno per intenerirsi di fronte ad una scena del genere, soprattutto quando ti chiedono con un sorriso, con una forma di comunicazione che va al di là di qualunque differenza linguistica, di unirsi ai loro balli di iniziazione. A questo punto, ti ritrovi a saltare e a piegarti in avanti in un fare ipnotico, tra ululati, urli dal carattere indigeno e parole assolutamente incomprensibili. La foto sopra parla chiaro e mostra come, alla fine, neppure con tanta timidezza, sono riuscita a seguirli in una forsennata danza. Ma tu sei lì, per un attimo uno di loro, non servono bei vestiti, un trucco perfetto o un uomo da conquistare…hai già il mondo il mano, la natura ti appartiene, la vità è tutta intorno a te: nella comunione, nella fratellanza tra i popoli e nella certezza che per chi come noi fa parte di un mondo moderno e frenetico, l’unica speranza per essere felici è imparare da chi non ha nulla, a parte un grande cuore.

foto di: Francesca Spanò

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