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Bronte, la terra dei pistacchi

Si dice che spesso la gente finisca per somigliare al posto in cui vive. Le coordinate di Bronte, ventiseimila ettari di vallata distese a nord ovest di Catania, tra le pendici dell’Etna e le sponde del fiume Simeto, ci indicano senz’ombra di dubbio un luogo in cui ha trovato materializzazione questo concetto. Qui si cresce con alle spalle il vulcano, gigantesco e minaccioso, capace, con le sue colate incandescenti, di devastare e desertificare e, dalla parte opposta, un corso d’acqua che rende fertile la terra. La natura dei brontesi si è di sicuro lasciata influenzare da queste condizioni ambientali facendo di se stessa un ammirabile intreccio di intraprendenza, operosità e pazienza. Qualità importanti anche per domare e volgere a proprio favore gli aspetti ostili del territorio. Tanto che oggi le campagne intorno Bronte sembrano un mosaico variegato come pochi, fatto di ulivi, viti, aranci, fichidindia, mandorli, noccioli, castagni e pistacchi. Soprattutto pistacchi, le piante che i contadini brontesi, grazie agli insegnamenti degli antichi dominatori arabi, tramandati di generazione in generazione, sono riusciti a far crescere perfino sulla roccia lavica.

Concimato dalle ceneri vulcaniche e maturato dal caldo sole siciliano, il pistacchio, quest’alberello dal tronco nodoso e dai frutti afrodisiaci, è diventato nei secoli il simbolo della cittadina ed una fonte di ricchezza per la zona. Spaccasassi lo chiamano da queste parti ed è facile dedurre che il nome deriva dalla capacità delle sue radici di farsi strada nei terreni più aridi. Diamanti virdi sono invece i suoi frutti e lochi sono i terreni su cui cresce. Un viaggio a Bronte rappresenta un’immersione totale nell’universo del pistacchio, a partire dai modi di dire fino ad arrivare alla tavola, dove quest’oro verde a denominazione d’origine protetta trova davvero numerosi impieghi.

E’ ovviamente un ingrediente immancabile nei dolci tipici locali tra i quali spicca la filletta, una soffice focaccia  dalla ricetta antichissima che ricorda il pane azzimo, forse importata a Bronte dalla colonia ebraica che un tempo viveva tra via Grisley e via Imbriani. Si trova in tutte le pasticcerie e la sua preparazione è uno spettacolo perché l’impasto, fatto di farina, uova, zucchero e pistacchi, è cotto in una padella di rame unta di burro e posta tra due bracieri colmi di cenere ardente. Imperdibili anche i mammurati, o coszaruci (cose dolci), composti da un cuore di mandorle e pistacchi, albume e zucchero, ricoperto di glassa. Non mancano nemmeno salsicce e pesto al pistacchio. Un chilo di pistacchi costa circa 18 euro perché gli alberi fruttificano ogni due anni e la raccolta avviene a mano.